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Compie 90 anni senza demenza? Non è finita

Compie 90 anni senza demenza? Non è finita

2026-09-03T09:36:02.419337+00:00

Arrivare a 90 anni con la mente ancora lucida? Non significa essere fuori pericolo

Probabilmente ti aspetteresti che sfangare il proprio novantesimo compleanno senza problemi cognitivi sia una specie di lasciapassare per il resto della vita. E invece no.

Non voglio essere pessimista — anzi, tienimi vicino perché quello che sto per raccontarti è davvero interessante. Una ricerca recente sta scoperchiando un vaso di Pandora piuttosto affascinante su cosa succede al nostro cervello quando si raggiunge un'età davvero avanzata.

Lo studio che ribalta le carte in tavola

Dal 2018, un team di ricercatori dell'UC Davis Health e di Kaiser Permanente sta conducendo il cosiddetto studio LifeAfter90. L'idea è semplice ma ambiziosa: seguire oltre 800 persone che avevano già compiuto 90 anni e — dettaglio cruciale — non mostravano segni di demenza quando sono entrate nello studio.

Insomma, parliamo di individui che hanno attraversato nove decenni senza problemi cognitivi. La domanda era: cosa succede adesso?

La risposta? Arrivare a 90 non ti mette al sicuro.

Il dato più clamoroso riguarda le donne. Quelle nel loro ultimo decennio di vita avevano circa il doppio del rischio di demenza rispetto agli uomini della stessa età. Che le donne siano più esposte a questo tipo di patologie era già noto — ma scoprire che lo squilibrio si mantiene persino a 90 anni suonati è quantomeno eloquente.

E qui emerge un problema che non possiamo ignorare

La ricerca ha portato alla luce anche alcune disparità etniche piuttosto marcate. I partecipanti di origine afroamericana presentavano un rischio di demenza superiore del 75% circa rispetto a quelli asiatici. Più in generale, le persone nere e ispaniche mostravano tassi significativamente più alti rispetto a bianchi e asiatici.

Non è una novità assoluta — nel campo della demenza siamo consapevoli di queste differenze da tempo. Ma vederle persistere fin dentro i 90 anni ci ricorda con forza quanto lavoro ci sia ancora da fare per comprendere e colmare queste disuguaglianze.

Il ruolo dei geni si fa più sfumato del previsto

Se ti occupi un po' di neuroscienze, probabilmente conosci già l'APOE — il gene che viene spesso etichettato come "gene del rischio Alzheimer". Ecco, le cose sono più complicate di come le presentan sui media.

Esiste una variante chiamata APOE2 che sembra offrire una protezione. Chi la possedeva mostrava un rischio di demenza ridotto del 60% — un effetto protettivo tutt'altro che trascurabile, che tra l'altro si manteneva anche in età estreme.

Poi c'è APOE4, la variante più problematica. Verrebbe naturale pensare che aumenti costantemente le probabilità di demenza, no? E invece no. Nell'intera popolazione studiata, APOE4 non faceva lievitare di molto l'incidenza della malattia. Però — ed è qui che diventa intrigante — raddoppiava circa il rischio tra i partecipanti afroamericani e mostrava pattern differenti tra uomini e donne.

Il messaggio è chiaro: la genetica non opera in un vuoto. Interagisce con il sesso, con l'etnia, e probabilmente con decine di altri fattori che ancora ignoriamo.

La domanda da un milione di dollari

Quello che mi tormenta — e che ossessiona i ricercatori — è un altro fenomeno. Alcuni partecipanti presentavano fattori di rischio tutt'altro che trascurabili durante i loro 60 e 70 anni: ipertensione, colesterolo alto, tutte quelle cose che i medici ripetono fino alla nausea. Eppure questi individui sono arrivati a 90 con le facoltà cognitive perfettamente integre. Alcuni erano persino portatori di APOE4.

Perché? Cosa li ha protetti?

Se riuscissimo a rispondere a questa domanda, potremmo forse sviluppare strategie utili per tutti.

Cosa puoi farne di tutto questo

La dottoressa Rachel Whitmer, ricercatrice principale dello studio, ha sintetizzato bene la situazione: un medico non può dare per scontato che una persona appartenente a un gruppo ad alto rischio, una volta raggiunti i 90 senza demenza, sia automaticamente al sicuro. Dobbiamo continuare a parlare di salute cerebrale e riduzione del rischio a qualsiasi età.

Personalmente trovo questa ricerca al tempo stesso rassicurante e leggermente inquietante. Rassurante perché rivela una resilienza del nostro corpo e della nostra mente che ancora non comprendiamo del tutto. Inquietante perché ci ricorda che invecchiare è un processo complesso, e non esiste un traguardo oltre il quale possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Ma la mia conclusione? Studi come questo mi riempiono di speranza. Ogni frammento del puzzle che riusciamo a ricomporre ci avvicina a capire come proteggere il nostro cervello. E nel frattempo, i consigli di base che conosciamo da anni — restare attivi, mangiare bene, coltivare le relazioni sociali, tenere sotto controllo la pressione — probabilmente contano ancora di più di quanto pensassimo.

Perché arrivare a 90, a quanto pare, è solo l'inizio della conversazione.

Fonte: ScienceDaily

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